Qualche sera fa mi sono seduto al tavolo di una tavola rotonda, organizzata dalla Società Fotografica Subalpina sul futuro della fotografia amatoriale e dei nostri circoli. Con me c’erano Enzo Pertusio a moderare, Cristina Torti della Subalpina, Marco Rovereto del Fotoclub l’incontro di Collegno e Maurizio Mangili, ex presidente del CRDC. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo fatto un’anamnesi del malato. Senza filtri.
La verità? I circoli fotografici si trovano nel mezzo di una tempesta perfetta. Ma la colpa non è solo della pioggia; è anche di come gestiamo la barca.
I dati non mentono, il mondo è cambiato
Maurizio Mangili ha tirato fuori i dati FIAF: a Torino, dal 2010 a oggi, siamo scesi da 12 a 8 circoli. In provincia invece sono saliti. Perché? Semplice: i giovani oggi non hanno bisogno di passare due mesi in aula per imparare il fotoritocco o la tecnica base. Vanno su YouTube, cercano un tutorial e in cinque minuti hanno risolto. Gratis e da casa.
In più, la crisi economica ha spinto i fotografi professionisti a buttarsi sull’insegnamento. Risultato: i circoli hanno perso il monopolio della formazione e l’utenza si sta stringendo. Come se non bastasse, la burocrazia ci sta soffocando. Tra RUNTS ed ETS, i direttivi passano più tempo a scrivere verbali, parlare con i commercialisti e impazzire dietro ai bandi piuttosto che a fare strategia culturale. Sopravvivere è diventato un equilibrismo.
Basta con la miopia generazionale
Il vero cancro dei circoli è l’autoreferenzialità. Abbiamo paura del nuovo. Quando alla Mole abbiamo fatto una serata sull’Intelligenza Artificiale, quasi ci venivamo alle mani. Ma il confronto serve proprio a questo. Se ci arrochiamo sulle nostre posizioni, moriamo.
Se arrivano i giovani, dobbiamo dare loro fiducia e autonomia, non vederli come corpi estranei. Dobbiamo fare patti generazionali, non creare correnti interne stile Democrazia Cristiana.
Che cosa dobbiamo fare da domani?
Piangersi addosso non serve a nulla, le istituzioni non si accorgeranno di noi. La cura dobbiamo scrivercela da soli.
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Smettere di insegnare solo la tecnica: Internet lo fa meglio e più velocemente di noi. I circoli oggi devono trasmettere passione, cultura, lo stupore di fronte a un'immagine e, soprattutto, favorire la Slow Photography. In un mondo che scrolla schermi alla velocità della luce, dobbiamo riscoprire la pazienza di imparare, magari tornando all’analogico e alla stampa fisica.
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Cambiare la mentalità dei soci: Il direttivo non può più "spalare per tutti". Non è un'agenzia di servizi. I soci devono smettere di chiedersi "cosa può fare il circolo per me?" e iniziare a chiedersi "cosa posso fare io per il circolo?". Serve aiuto pratico, bassa manovalanza, gente che si rimbocchi le maniche. Se una cosa non viene fatta alla perfezione, la prossima volta vieni a darci una mano anziché fare polemica.
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Guardare oltre i confini: Dobbiamo collaborare di più tra circoli (il fotocampionato congiunto tra noi e la Subalpina ne è la prova) e guardare fuori dall'Italia. Il digitale e la democratizzazione dell'accesso ci permettono di vedere realtà mondiali con investimenti minimi. Sfruttiamolo.
Chiudo con un motto che mi piace molto: "Memento audere semper", ricordati sempre di osare. Possiamo sbagliare, possiamo fallire, ma dobbiamo provarci. Almeno ci togliamo il rimpianto.
Alla fine, l'unico vero punto di forza che i professionisti e internet non potranno mai rubarci è l'aggregazione. La voglia di andare a vedere le mostre insieme, di scattare insieme, di confrontarsi e di divertirsi senza prendersi troppo sul serio. Se togliamo questo, tanto vale che mandi il mio curriculum a Camera.
(Testo di Riccardo Rebora | Foto di Antonio Di Napoli)
